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Tra anima e psychè

Radici umanistiche e tratti storico-civili di una definizione proiettata fuori dal tempo


Quanti, infatti, oggigiorno sono in contatto

con la propria anima?

Senz’anima non c’è via che consenta

di trascendere questo tempo.

C. G. Jung


Dal greco ànemos, «soffio», il termine anima ha rappresentato per diversi millenni uno dei cardini strutturali della cultura umanistica, in grado più di tante espressioni di fotografare in senso multidimensionale la condizione creaturale dell’uomo, facendo al contempo emergere le peculiarità di cui l’essere umano è espressione in quanto realtà corporea sottoposta alle leggi del tempo e alle dinamiche della storia. Tratto di unione tra natura e trascendenza, l’espressione anima è arrivata nel tempo a coinvolgere significati sempre più profondi divenendo a volte sinonimo di personalità e, soprattutto in età moderna, legandosi sempre più spesso al concetto di coscienza o mente.



Questo breve intervento intende focalizzare alcune suggestioni riconducibili all’evoluzione storica del concetto di anima, o più in generale di interiorità. Non si intende entrare nei meandri della filosofia, ma assumere come orizzonte d’indagine l’influenza prodotta dall’elemento trascendente insito nella natura umana sui diversi modi di intendere interi assetti civili e visioni antropologiche, evidenziando inoltre alcune influenze esercitate sui modelli di relazionalità consociata negli ultimi tre secoli.


Pur non intendendo operare un approfondimento di tipo esegetico, che esula senza dubbio dalle competenze di chi scrive, occorre notare brevemente che scorrendo tra le pagine della Bibbia non è sempre agevole trovare una definizione univoca di anima, emergendo significati ascrivibili all’uso di termini diversi. Centrando l’attenzione sull’Antico Testamento si portano a esempio nefesh, «respiro», usato per indicare la vita dell’uomo in quanto essere animato, e ruach, tradotto spesso con il greco pnèuma, più orientato a identificare il soffio vitale comunicato da Dio nell’atto della creazione; celebre immagine della Genesi in cui l’uomo è letteralmente modellato dalla terra. Il passaggio al Nuovo Testamento allarga decisamente questo panorama lessicale, vestendosi di suggestioni classiche capaci di far emergere significati più profondi e specifici, atti a indicare i tratti strutturali più difficilmente definibili dell’interiorità umana, producendo inoltre un primo collegamento tra coscienza e personalità inconscia per integrare in modo più compiuto la dimensione trascendente all’interno della natura umana.



È in particolare il pensiero greco classico a porre le basi per una prima definizione di anima, intuendo la possibilità di operare una sintesi dell’interiorità attraverso un’idea a cui attribuire una propria dignità fondante. Socrate è il primo a definire l’anima come psychè, elemento che presenta tratti dal sapore inconscio molto rilevanti e che apre la prospettiva antropologica, con la successiva speculazione platonica, anche a componenti non del tutto identificabili, definite attraverso le categorie di incorporeità e immaterialità, sfere lessicali sottendenti naturalmente alla misteriosità della sostanza divina. Nella visione classica, fondamento particolare della tradizione umanistica, l’anima assurge quindi a nucleo essenziale della vita psichica. Scintilla «divina» e componente fondamentale per un’esistenza il cui scopo sostanziale (secondo la visione socratica) rimane la conoscenza delle proprie dinamiche interiori e la cura dell’anima stessa, viaggio irto di insidie ma coronato anche dalla scoperta di inimmaginabili meraviglie. Una dimensione che guida instancabilmente la vita di ogni essere umano esulando dalla dimensione della mera ragione, prospettiva che si rinnova nel passaggio della patristica e nella fioritura del pensiero rinascimentale, approdando a momenti cruciali di trasformazione paradigmatica tra Seicento e Settecento.


Se in particolar modo dall’epoca dei Lumi il dato razionale finisce col prevalere sugli edifici culturali del passato aprendo a grandi, e necessari, progressi in campo scientifico, sul piano squisitamente civile l’assunzione totalizzante del panorama interpretativo legato all’assunto «Cogito ergo sum» non ha tardato a manifestare la propria ambivalenza, producendo nel passaggio tra XVII e XVIII secolo profondi cambiamenti di prospettiva in campo antropologico-politico e relazionale. Implicazioni già evidenziate dai contemporanei di Cartesio che, come nel caso di Giambattista Vico (radice di una particolare visione illuministica dal carattere spiccatamente umanistico sviluppatasi alla metà del secolo dei Lumi), avvertivano sui rischi di una eccessiva identificazione dell’essere umano con una realtà interiore riconducibile esclusivamente alla ragione, elemento che prometteva di rendere difficile la comunicazione con il dato trascendente portando ai massimi livelli la relativizzazione della conoscenza stessa. Prospettiva peraltro condivisa dal pensiero psicanalitico emergente tra Ottocento e Novecento per cui è ormai chiaro che, come esplicitato nelle parole dello stesso Sigmund Freud, l’Io (la componente conscia e razionale dell’uomo) «non è padrone in casa propria», rilanciando in questo modo la suggestione classica di psychè come istanza eminentemente abitata da forze inconsce che, anche se ignorate, producono inevitabilmente effetti estesi sulla vita psichica di ogni individuo.



Il processo di appiattimento della dimensione antropologica di stampo umanistico-civile si manifesta in tutta la sua potenza nel passaggio periodizzante aperto sul Continente europeo dal 1789 francese. Momento coincidente anche con una fase delicata e oltremodo tormentata che, tra le turbolenze di una Rivoluzione permeata di Terrore e lecite richieste di autodeterminazione, finisce con l’aprire la strada a un modello antropologico totalmente slegato dalla dinamica creaturale. Approccio teso a identificare la sola componente razionale, auto-fondante, come base di ogni diritto, libertà e dovere, regalando una nuova identità alle forme di relazionalità consociata per distruggere il portato strutturale della costituzione naturale. Simbolicamente la psiche collettiva finisce per rimuovere il dato inconscio del singolo, la parte più misteriosa e meno controllabile della natura umana, quella che gli antichi identificavano come anima/psychè e che la patristica considerava animata nella sua essenza da una scintilla divina. I risvolti culturali e civili sono immensi, generando una controtendenza rispetto alle istanze del vivere civile legate un tempo alle categorie di commune bonum, fides e felicitas, pilastri strutturali oggi cruciali ma difficilmente recuperabili per comunità a cui si richiede una solidità strutturale rilevante davanti alle sfide di un mondo dopomoderno.


Come visto, l’attenzione al mondo classico riemerge con l’affermarsi della psicanalisi moderna, che si pone per certi versi in controtendenza rispetto a quella lunga dinamica storica promotrice di una vera e propria ipertrofia del dato razionale. Evidenza emergente in particolar modo nell’approccio junghiano che, pure con le sue peculiarità, si lega profondamente al trascendente, superando i limiti freudiani riguardanti la valorizzazione del mondo pulsionale come unica dimensione dell’interiorità e mettendo in evidenza la complessità psichica di un orizzonte interiore permeato da spiritualità, creatività, archetipi e immagini innate. Un paesaggio vastissimo costituente l’essenza stessa del concetto di Sé, definito anche soffio divino, che rappresenta la parte più autentica, mai totalmente intellegibile ma anche più luminosa di ogni uomo. Riprendendo la suggestione socratica circa il dovere sacro di cura dell’anima che accompagna la vita degli esseri umani, il processo di individuazione prospettato da Jung emerge di conseguenza come cammino anche spirituale, valorizzando la natura umana nella sua totalità per porla oltre la mera superfice dei processi razionali, oggi quanto mai prima slegati da uno sguardo orientato al trascendente.



Rappresentando una prospettiva teologica e spirituale che vive nel silenzio del mondo interiore nutrendosi di bellezza e infinito, la distinzione tra anima e mente razionale emerge qui in modo evidente, accogliendo gli aspetti inconsci della totalità psichica attraverso un sano distaccamento dall’Io per smascherare la fallacia della sola mente razionale, componente interiore spesso appiattita sulle esigenze di una dopomodernità tremendamente liquida. Come rilevato dallo stesso Jung, la passione smodata per le meccaniche della ragione emergente in epoca moderna ha messo in profonda discussione l’impostazione umanistica della vita umana, arrivando a incidere sulla consistenza stessa del vivere civile attraverso il tentativo di invalidamento dell’orizzonte personalistico mutuato dal patrimonio culturale classico, passaggio che arriva a produrre le stridenti contraddizioni oggi emergenti a livello politico o nel vasto teatro delle relazioni interstatali.


Gli echi dell’umanesimo civile continuano tuttavia a produrre le loro suggestioni nel tempo, sintesi tra sensibilità diverse arrivate al Settecento come rivitalizzate dal passaggio rinascimentale e sottilmente segnate dall’eredità scolastica dalla radice aristotelica. Turning point della modernità civile sfidata a suo tempo dalle istanze livellatrici dei Lumières, che fanno esplodere il dilemma tra determinismo e libertà sotto l’influsso utilitaristico di un severo razionalismo e un tendenziale ateismo; elementi dai risvolti ancora oggi inestricabilmente legati alle suggestioni culturali in cui siamo immersi. Una prospettiva tesa a ribaltare l’antico legame tra humanitas e civitas, per cui estremamente lapidarie risultano le parole di Rousseau, sui cui paradigmi filosofici si modella l’approccio culturale descritto: «Questa ignoranza della natura dell’uomo, per l’appunto, getta tanta incertezza e oscurità sulla vera definizione del diritto naturale, perché l’idea del diritto (…), e più ancora quella del diritto naturale sono evidentemente idee relative alla natura umana». Alterata è così la dimensione consociativa dell’essere umano, essendo guardate con sospetto le strutture societarie in cui la legge naturale si riflette, prospettiva che erode le sempre necessarie garanzie personaliste legate al versante di una antropologia dal sapore creaturale.



La visione umanistica dell’interiorità e della vita civile non è tuttavia andata persa, emergendo in tanti momenti della storia attraverso i discorsi di personalità come ad esempio Alcide De Gasperi, fermo sostenitore di una prospettiva civile in cui collocare l’immagine della persona umana vista nella sua autenticità creaturale, relazionale e psicologica. Per questo motivo, comprendere il cammino individuale e collettivo degli esseri umani immersi nella storia significa forse anche osservare e saper discernere i moti dell’inconscio. Cogliere quella che gli antichi chiamavano psychè e ascoltare i suoi richiami con spirito di verità, radice vitale che viene da dentro e la cui rimozione è capace di produrre conseguenze personali e civili di non poco conto. Tra le pieghe dell’anima, il paesaggio sconfinato dell’interiorità appare infatti inondato dalla luce della Provvidenza che si muove anche tra gli archetipi innati, le suggestioni culturali legate ai tempi, gli schemi razionali appresi e i volti oscuri del mondo emozionale ma su cui, al di sopra di tutto, vive un’Intelligenza superiore che ci abita.



Virginia Mondello

Gruppo Giovanile Domenicano "San Tommaso d'Aquino" (Roma)


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