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perché discuterne è domenicano

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Quella strana sensazione che mi fa desiderare di più, di più…

Vi è mai capitato di vedere un meraviglioso panorama? Magari di vedere un gran bel tramonto, di gustare le mille tonalità del cielo e delle nuvole, di respirare a pieni polmoni l’aria fresca e umida, un po’ come quella di questi giorni, e di sentirvi, per un momento, sazi? Poi, dopo qualche tempo di desiderare di vederne altri, sempre di più. Forse vi è capitato di desiderare di scoprire chissà quanti altri panorami, la città in cui vivete, è in grado di offrire.

Invece certe volte mi capita di organizzare bene il tempo libero, al massimo dell’efficienza, di ritrovarmi con tanti lavoretti fatti e una strana sensazione che mi fa dire “ma davvero è tutto qui?


Provo a dirlo in modo diverso, mi capita di sperimentare una tale potenza, una tale capienza di cui è capace (appunto!) il cuore, che le tante cose che posso fare durante la giornata mi sembra non gli facciano giustizia, o meglio di non sperimentare tutta la forza che può gustare il mio cuore. E mi ritrovo annoiata, e i mille colori di questo meraviglioso autunno impallidiscono ai miei occhi.


Piano piano l’incontro con i monaci del deserto, in particolare quelli orientali come Sant’Efrem e San Silvano del Monte Athos, mi hanno aiutato a dare un nome a questa nostalgia ed è la sete di Dio!


Siamo così bene impastati di terra e Soffio, di umano e divino, che, anche nella nostra finitezza, nel nostro essere limitati, desideriamo l’Infinito, che riempie di senso gli atti più nobili come le piccole azioni quotidiane. La buona notizia, anzi per me è stata una notiziona che ha capovolto le mie prospettive, è che posso gustare l’Infinito dentro di me. Posso farlo in tanti modi. Ad esempio, facendo una bella passeggiata poco fuori dalla città, stare nella creazione mi fa pensare a Dio, a quanto è stato creativo e, dobbiamo riconoscerlo, a quanto è stato bravo a comporre mille bellezze capaci di emozionarci.


Un altro modo che ho per dissetarmi è mettermi col cuore alla presenza di Dio, di nostro Padre, che mi guarda, ha cura di me, come di ciascuno di noi, e poi penso al fatto che l’Infinito si è fatto finito in Gesù… Delle volte vado in Chiesa, per qualche minuto o per partecipare alla Messa. Beh, la Messa è proprio l’apice perché posso ricevere l’Eucaristia, e allora Gesù viene fisicamente a dimorare in me, che regalo!


Ma come conciliare i famosi lavoretti che ho citato prima, o proprio il lavoro o lo studio, con i momenti in cui dissetarmi di Dio? L’incontro con i Santi domenicani, in particolare con i Santi laici, mi ha particolarmente appassionato perché nella loro vita hanno saputo collegare i momenti intimi con Dio insieme ad una ricca attività di servizio alla Chiesa e alla società.


Ad esempio, Santa Caterina da Siena si è così tanto innamorata di Dio da avere il coraggio e l’autorevolezza per parlare e consigliare ministri e papi. E per una donna, nel 1300, non era tanto scontato che potesse farlo. Ha speso la sua vita tra gli ammalati e scritto tante lettere per spronare religiosi e laici.

Riporto un passo di una sua lettera: “Chi possiede l’amore di Dio, vi trova tanta gioia che ogni amarezza gli si trasforma in dolcezza, e ogni gran peso gli si fa leggero. Non c’è da stupirsene, perché, vivendo nella carità, si vive in Dio. Abbraccia Gesù crocifisso, amante ed amato, e in lui troverai la vita vera, perché è Dio che si è fatto uomo. Arda il tuo cuore e l’anima tua per il fuoco d’amore attinto a Gesù confitto in croce!” (lettera 165 a Bartolomea).


Secondo me con questo ardore nel cuore non correva più il rischio di annoiarsi!


Quando ho scoperto che un sindaco, non tanto tempo fa, ha servito la sua città con rispetto e responsabilità ed ora è servo di Dio, sono rimasta molto sorpresa. Giorgio La Pira è stato un testimone di Gesù trattando gli altri con rispetto, preoccupandosi del bene comune e tessendo instancabilmente relazioni di pace. Ma non voglio esaltare le sue capacità o le sue competenze, anche se di certo sono una componente importante. Ciò che mi colpisce è la bellezza che traspare dal bene compiuto e dalla vita spesa fino alla stregua delle forze. Mi colpisce perché profuma di Dio.


Non so in che modo e quanto tempo Giorgio la Pira dedicasse a dissetarsi di Dio o in Dio, ma di sicuro doveva essere un tempo vissuto molto bene tanto da riuscire a scorgere, con i suoi occhi, Dio nella città: “Le città hanno una vita propria, hanno un loro proprio essere misterioso e profondo, hanno un loro volto, hanno, per così dire, una loro anima, non sono cumuli occasionali di pietre, sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio” (stralcio del discorso tenuto a Ginevra nel 1954).

Leggendo della vita di La Pira, diventano per me più chiari i frutti del dialogo intimo con Dio. Uno potrebbe essere il non preoccuparsi più di sé stesso. Il nostro caro sindaco cedeva facilmente il proprio cappotto al povero che per strada glielo chiedeva. Un altro frutto che vedo nella sua vita è la speranza. Sapeva bene che la realtà era molto lontana dagli ideali di umanità e civiltà ai quali aspirava. Nonostante questo, ha lavorato instancabilmente per ridurre il divario tra benestanti e la popolazione in miseria, perché tutta la popolazione avesse un’occupazione e perché la società si percepisse come una fraternità.


Concludo con l’ultimo frutto, anzi direi un regalo che Dio fa vivendo in noi: unifica. Per lo meno quello che capisco quando mi lascio fare alla Sua presenza, è che armonizza e ama tutte le parti di me, anche quelle che meno sopporto perché imbranate o poco efficienti. Per Giorgio La Pira, i problemi della società, come può essere la disoccupazione, derivano da un disordine etico, interiore, che emerge da una società che non si percepisce come fraternità, dunque persone unificate creano una società unificata.


Venite a me, voi tutti, che site affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28)

Gesù


Isanna

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