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Pratovecchio: il ritiro che ti spalanca un mondo

Silenzio, solitudine, austerità, costrizione, isolamento. Sono queste le parole che le persone comunemente associano alla vita consacrata e in particolare alla clausura. La vita secolare al confronto viene rappresentata come un colorato luna park nel quale, è vero, si può salire sulle montagne russe di una routine stressante o visitare il “tunnel della paura” se le cose non vanno per il verso giusto, ma in fondo è possibile divertirsi in mille modi cogliendo ogni stimolante opportunità di disimpegno.



Se da un lato, quindi, il “senso comune", nonché i mass-media, sottolineano il grigiore della realtà conventuale, dall'altro esaltano l'arcobaleno luccicante della vita senza spiritualità, dove perfino le tragedie quotidiane si darebbero più “stemperate” e gestibili con leggerezza. Naturalmente, chiunque abbia attraversato entrambe le dimensioni esperienziali sa quale distanza abissale separi la realtà dai pregiudizi più diffusi.


La mia prima esperienza di ritiro spirituale, frutto di un'iniziativa nata all'interno della Gioventù Domenicana di S. Maria del Rosario in Prati (Roma) è stata assolutamente illuminante in tal senso. Per anni ho preso parte a raduni, a convegni e a visite in diversi luoghi di culto, in contesti sia formali che informali, ma mai prima d'ora ho percepito una sensazione di così forte accoglienza e scambio come quella vissuta all'interno del Monastero di Santa Maria della Neve e San Domenico a Pratovecchio (Arezzo). La prima e significativa opportunità di crescita spirituale è consistita nella condivisione di gran parte dei momenti di preghiera comunitaria che scandivano le giornate delle monache. Insieme, suore, sacerdoti e laici abbiamo cantato salmi e recitato orazioni nutrendo la nostra anima con testi colmi di sollecitazioni spirituali.



Stimolanti e arricchenti, nel corso delle giornate di ritiro, sono stati anche le esegesi e i commenti ai passi evangelici relativi alla Passione, Morte e Resurrezione di Cristo: ciò che mi ha particolarmente colpita è stato l’ascolto attivo della Parola da parte di tutti/e gli/le astanti, che si sono fatti/e ispirare dai numerosi spunti di riflessione veicolati dai relatori e hanno condiviso, con la comunità riunita, frammenti preziosi del proprio vissuto spirituale durante le fasi di “restituzione”.


In circostanze come queste, si scopre così fitta la connessione tra ciò che Dio ha comunicato e il percorso esistenziale di ciascuno/a, che a mio parere solo una conoscenza frammentaria e distorta delle Sacre Scritture può spiegare la lontananza di tanti/e battezzati/e dalla Chiesa. Quanto cambierebbe la definizione della parola “serenità” da parte dei/delle più mondani/e, se entrassero in contattato con chi sperimenta l’autentica pienezza dello spirito! Penso proverebbero imbarazzo nel continuare a definire “felicità” il mero possesso di una pluralità di beni materiali (che in realtà li possiedono) e relazioni interpersonali basate unicamente su logiche di scambio e di interesse (e quindi inautentiche). La realtà spiritualmente feconda e coesa della clausura fa, paradossalmente, contrasto con la solitudine e l'ipocrisia che contraddistinguono il pur affollato mondo “fuori”. Un mondo nel quale, anche a fronte della soddisfazione di ogni capriccio, si sperimenta l’amara condizione di una costante scontentezza. Insomma, la dimensione esistenziale che di consueto caratterizza una comunità monastica è quella che il mondo secolare insegue affannosamente come una chimera, cioè la pace.



Le preghiere, le celebrazioni eucaristiche e le meditazioni di natura teologica hanno quindi rappresentato il “sale” del ritiro a Pratovecchio, ma di certo nessun/a neofita si sorprenderebbe nell'ascoltarne il resoconto. L’aspetto che invece lo/a colpirebbe di più è che tutti i momenti, compresi quelli dei pasti, delle conversazioni libere e dello svago ludico, sono stati permeati da una sincera gioia irradiante dai volti e dalle parole di tutti/e i/le partecipanti/e. Per non parlare dei consacrati e delle consacrate, la cui luce interiore è trapelata costantemente dai loro sorrisi, dai loro sguardi, dai loro gesti: solo chi ama e sa di essere amato/a può dire di conoscere quel particolare stato di Grazia.


In definitiva, per usare una suggestiva metafora di Ungaretti, all'interno di una così fulgida realtà monastica si può constatare che “il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia. Il vero amore è una quiete accesa”.


Laura Cascio

Gruppo S. Caterina da Siena (Roma-Prati)


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