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Guardando alla passione, morte e risurrezione

Qualche settimana fa alcuni ragazzi della Gioventù Domenicana di Firenze e Roma hanno condiviso un'esperienza di preghiera e ritiro a Pratovecchio presso il monastero domenicano Santa Maria della neve e San Domenico, meditando sul tema della passione, morte, discesa agli inferi e resurrezione di Gesù in preparazione alla quaresima e alla Pasqua.



La prima meditazione sulla passione e sofferenza di Cristo è stata guidata da Suor Giovanna, partendo proprio dal significato della parola Passione nelle sue molteplici sfaccettature, sottolineando con particolare attenzione come essa indichi primariamente patire un grande dolore. Questa definizione ci ha accompagnato all’interno della tematica ricordandoci come il Dio in tre Persone non si trovi lontano dall’uomo nel momento della sofferenza ma che, al contrario, Egli è talmente vicino alla sua creatura tanto da partecipare al suo dolore. Questo perché ogni uomo “è stato disegnato sul palmo della sua mano” e, di conseguenza, egli è prezioso agli occhi dell’Altissimo, degno di stima e amore.


L’incontro si è poi sposato sul piano personale, nel tentativo di rivolgersi alle sofferenze che ognuna porta dentro di se, le proprie debolezze, ferite, cadute, cercando di illuminare tutte le nostre zone d’ombra con la luce di Dio, il Figlio. Egli non smette mai di sostenerci e di mettersi sotto di noi per rialzarci come fece in quei giorni, proprio in virtù di quella nostra unicità che ci caratterizza e contraddistingue come vaso sapientemente ed attentamente formato dal Padre. A volte ci rompiamo in mille pezzi per quanto scritto sopra ma nonostante tutto dobbiamo essere più o meno consapevoli dell’opera della Trinità che non sta a guardare in attesa della nostra disfatta. Essa, mediante la grazia, rimette insieme quei pezzi e da nuovo senso a quel vaso che forse non sarà perfetto come all’inizio ma pur sempre risanato dall’Amore.


A questo proposito è stata illuminante l’immagine del kintsugi, l’arte di riparare i vasi rotti di ceramica attraverso l’aggiunta dell’oro nella crepe, ridonandogli cosi nuova vita. Questa immagine può essere trasposta nella vita di ciascuno poiché Dio è Colui che ripara le nostre ferite e le nostre rotture ricoprendoci dell’oro delle ferite di Cristo e rivestendoci continuamente della sua grazia. A queste parole suor Giovanna ha posto una domanda circa la volontà di ognuno di noi ad accogliere quella grazia che Dio ci vuole donare, e come essa richieda il nostro impegno anche quando questo costa fatica.



Successivamente, ci siamo addentrati all’interno del brano della Passione tratta dal Vangelo di Marco al capitolo 14, in cui viene raccontato cosa accade a Gesù nel Getsemani con i discepoli e ciò che accade in seguito dopo la sua cattura davanti agli scribi e ai farisei. In particolare, la nostra attenzione si è posta sulla figura del giovane che Marco inserisce nel racconto che al momento dell’arresto di Gesù scappa via e lascia cadere il lenzuolo di cui era coperto rimanendo nudo. È chiaro che il lettore è chiamato ad identificarsi con questo personaggio poiché anche noi, come i discepoli, fuggiamo davanti a tutto quello che sta per capitare a Gesù che chiede di seguirlo fino alla croce. Lo stesso giovane poi sarà presente davanti al sepolcro vuoto rivestito questa volta di una tunica bianca, cioè rivestito della grazia di Cristo, quella che anche noi abbiamo ricevuto nel battesimo e che ci viene continuamente donata ogni volta che riusciamo a seguire il Risorto poiché lo abbiamo riconosciuto come il Signore della storia, il Figlio di Dio fatto uomo, l’unico in grado di liberarci dal laccio della morte e del peccato. È Cristo dunque, l’unico bene prezioso e come ci ha detto suor Giovanna al termine della sua meditazione, se rimaniamo il Lui non ci manca nulla.


La seconda meditazione tenuta da padre Rinaldo, invece, ci ha accompagnato all’interno del mistero della morte di Gesù partendo proprio dalle sue sette parole pronunciate in croce, parole di perdono, di amore smisurato per l’umanità, di verità e di compimento della sua opera salvifica. Padre Rinaldo ci ha ricordato che la salvezza che noi abbiamo ricevuto passa inevitabilmente dalla morte di Cristo, mistero centrale per la nostra fede, morte che però non è un salto nel buio ma l’abbraccio di Dio. Il Cristiano è chiamato a rispondere a quell’incontro con l’amore di Dio attraverso l’amore scelto e vissuto negli anni dell’attesa, cioè durante il corso della propria vita. La realtà della morte che tanto spaventa, non solo fisica ma anche spirituale, se vissuta in Cristo e nella Chiesa diviene fiducia piena che ci conforma a Lui.


Con la terza meditazione abbiamo affrontato insieme a Fra Fabrizio, la discesa agli inferi e la risurrezione del Signore. Partendo dall’immagine dell’affresco del Beato Angelico presente in San Marco, in cui è dipinta la discesa agli inferi di Cristo e la liberazione dei giusti dallo Sheol, Gesù viene raffigurato nell’atto di allungare la mano per tirare dai polsi Adamo, il primo uomo, donandogli la salvezza. Dunque, come affermato da fra Fabrizio non si può parlare di risurrezione senza parlare prima della discesa agli inferi, tappa fondamentale per comprendere la completezza dell’evento salvifico di Cristo, il quale coinvolge i vivi ma anche i morti. Gesù discende, annuncia e salva; con questi tre termini viene specificato il compimento delle promesse evidenziando la fedeltà del Signore. Inoltre, Fra Fabrizio, ci ha aiutato a riflettere su cosa voglia dire onnipotenza e di come nella resurrezione di Cristo essa si manifesti nella sua totalità.



Nel brano della resurrezione di Matteo al capitolo 28, vi è l’annuncio di tale potenza, che l’evangelista descrive già dai primi versi del brano, in cui viene annunciato dall’angelo la resurrezione di Gesù alle donne le quali corrono ad annunciare tale evento fino ad incontrare e adorare lo stesso Gesù vivo e presente in mezzo a loro. Spesso noi cristiani ci dimentichiamo che Cristo è Risorto e che è onnipotente, non è più nel sepolcro ma è vivo e chiama anche noi a vivere una vita da risorti. L' amore e la mitezza di Gesù non devono mai essere separate dalla sua potenza, perché ciascuno di noi non ha solo bisogno di qualcuno che ci dia una carezza ma di qualcuno che ci salvi, il Figlio. Fra Fabrizio ci ha indicato che dal nostro Venerdì Santo possiamo risorgere ma che per farlo c’è bisogno di rispondere ad una sola domanda: sei di Cristo o no? Perché essere di Cristo vuol dire vivere una vita da vittoriosi, cioè capaci di vincere ciò che ci vuole far male ed essere vivi annunciatori del suo messaggio di salvezza. Fra Fabrizio nel concludere la sua meditazione ci ha continuato a ricordare che la risurrezione è un mistero ricchissimo che illumina, da forza, ci mostra la vittoria, la potenza e l’amore di Gesù Risorto vivo e presente in mezzo a noi.


Personalmente sono molto grata per ciò che ho vissuto in questo piccolo ritiro, di aver conosciuto e condiviso con altri ragazzi questa esperienza che mi ha aiutata a far luce dentro di me per cercare la Verità della mia vita che solo in Cristo trova il suo pieno significato. Mi ha fatto prendere coscienza che ci sono ancora alcuni posti della mia vita in cui mi sono accontentata della mano mite di Gesù che mi consola dimenticandomi che quella stessa mano è potente ma aspetta che anche io come Adamo, allunghi la mia perché Lui possa salvarmi, perché Cristo ci chiama a essere felici, ci chiama a vivere da Risorti.


Chiara Calabrò

Gruppo S. Antonino (Firenze)


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