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“Ma chi ve l’ha fatto fare?” - Una storia di vocazione

“Ma chi ve l’ha fatto fare?”, disse una signora rivolta a me e ad alcuni altri giovani frati, vedendoci passare per strada. Il suo interrogativo, inzuppato di commiserazione, oltre che suscitare un sorriso può essere occasione di riflessione sulle fonti di quella misteriosa dinamica che chiamiamo “vocazione”. Si, misteriosa, perché al suo cuore c’è l’amore.



A pochi giorni dalla mia professione semplice, guardandomi indietro per l’ennesima volta, vedo e sento chiaramente come l’amore di Dio, ricevuto e dato, sia la radice di questo desiderio di donarmi a Lui. Questa radice cominciò a svilupparsi particolarmente mentre ero un ragazzino che come tanti altri frequentava la parrocchia.


Non è stato il carisma del sacerdote ad affascinarmi, né alcuna sua iniziativa, ma il fatto che egli fosse completamente di Dio bastò per essere un efficace canale per la grazia, sicché, vedendo la vita di quell’uomo, l’anima mia gridava che solo in una donazione radicale al Signore avrebbe avuto pace e felicità, e più sentivo la soavità di quell’amoroso richiamo, più il desiderio cresceva. Fu così che, quasi costretto dall’amore, decisi in cuor mio di diventare sacerdote.



Ma questo non era ancora abbastanza. Poco tempo dopo, trovandomi nella città della mistica del desiderio - Santa Caterina da Siena - mi recai nella basilica di San Domenico per ascoltare la Messa domenicale, completamente ignorante circa l’Ordine domenicano e la sua missione. L’abito del sacerdote che presiedeva la celebrazione mi suggerì la sua appartenenza a qualche ordine religioso, e così, tornato nel mio alloggio mi informai sui consacrati che reggevano quella basilica.


Fu questione di secondi: il carisma domenicano e la mia personalità si avvicinarono come due calamite, e più mi informavo più sentivo che “là” avrei potuto servire maggiormente il Signore. Ancora una volta fu l’idea di una donazione a Lui più radicale ad affascinarmi. Iniziai a frequentare l’Ordine, e quel primo innamoramento non si rivelò un’illusione.


fr. Matteo Peddio, O.P.
fr. Matteo Peddio, O.P.

Ora, sulla via della felicità, ringrazio il Signore per avermi condotto fin qui, e vi chiedo di pregare insieme a me affinché porti a compimento l’opera che ha iniziato.


Dicevo che la radice della vocazione per me è l’amore di Dio ricevuto e dato, o meglio, che ha bisogno di essere dato. Ricevuto perché solo il fare esperienza di Dio ci fa capire chi noi siamo. È Lui che ci attira a sé per pura misericordia, nella persona di Gesù Cristo ci fa conoscere la via che dobbiamo percorrere per stare con Lui per sempre e con il suo Spirito ci dona la forza, anzi, l’ardore, per correre in questa via. Ma Dio è carità, si dona continuamente, e chi partecipa della sua vita divina è spinto a fare altrettanto: perciò l’amore ha bisogno di essere dato.


L’Ordine domenicano ha un modo tutto suo per portare questo amore alle anime e viceversa: la predicazione. Attraverso di essa, l’esperienza di Dio che mi ha attratto a Lui si può effondere come dalla breccia di una diga, perché la letizia che ho trovato e sto scoprendo desidero che la abbiano tutti.



Attraverso la predicazione ogni domenicano si fa “predicatore della grazia”, come San Domenico, per smuovere i cuori a rivolgersi al Signore. A questo mi spinge dall’interno l’amore di Cristo. All’inizio di questo mio cammino nell’Ordine dei Predicatori vi chiedo umilmente di pregare per me, che da me non posso niente, e affinché ogni uomo possa fare un autentico incontro con Cristo, e molti altri possano rispondere: “Signora, lo abbiamo fatto per amore.”


fr. Matteo G. M. Peddio, O.P.

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