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Io Samuele, tu san Giuseppe - #PatrisCorde

Aggiornato il: mar 11

Cari lettori e cari babbi futuri e non di questo blog, se mai vi fosse venuta in mente l'idea, vi invito a togliervela subito dalla testa. Il babbo perfetto non esiste su questa terra.

I figli ci idealizzano finché sono piccini, poi da adolescenti escono dal mondo fatato dove stavano, cominciano a vedere tutte le magagne che ci portiamo addosso noi genitori (babbi e mamme, ovviamente) e cominciano a navigare curiosi e incerti nella realtà. Non solo. Da adolescenti hanno le loro aspirazioni, si ribellano. Di più. Possono vedere nel babbo (e ovviamente anche nella mamma) un nemico da abbattere perché sentono che blocca la loro realizzazione di persona. Tutta una questione di ormoni? In gran parte sì. La natura agisce per conto proprio.


E' con la ragione, la buona volontà e la preghiera che si può provare ad addomesticare la natura, da una parte (per quanto i figli) e dall'altra (per quanto riguarda noi genitori). Bene tenere a mente che la cultura fatta di buoni libri e buone relazioni dà sempre un bella mano a tenere dritta la barra.


Ma i frati domenicani mi chiedono di scrivere su: cosa desidera un babbo per i proprio figli. Beh.. mi verrebbe da dire: vasto programma. La questione, messa così, è da vele spiegate sui mari. E mi verrebbe da rispondere in maniera altrettanto... oceanica. Ma proverò a non farlo. Cercherò di stare coi piedi per terra. Come? Scrivendo due righe – e scusate se sarò impreciso - su di me come babbo.


L'esperienza diretta forse è quella che aiuta di più. Forse è l'unico modo per non essere banali. Allora... Io sono un babbo. Ho due figli di 18 e 13 anni. Una femmina, la grande, e un maschio, il piccolo. Chiaro che desidero il meglio per loro. Ovvio che sento il dovere di darmi da fare tutti i giorni (e lo faccio!) per loro e per la mia famiglia.

Vedo la femmina. Vedo i suoi voti da 8 e 9 in ogni materia al liceo classico Galilei di Firenze, uno dei più tosti della città (lei fa la quinta). Vedo la sua voglia di amicizie totali, sento la bellezza del suo impegno scout, scopro che ha un ragazzo e le chiedo poco a riguardo, ci discuto a tavola e colgo il suo acume ma anche la sua voglia di smarcarsi, di trovare una sua strada, di affermarsi come persona.


Cosa desidero per lei? Prima di tutto desidero di non impormi. Cerco di dargli dei buoni consigli perché plasmi la sua identità da sé. Vedo che comincia a ragionare da grande. Sento che ha bisogno di realizzarsi. Ma è come una palla incandescente ora. All'università vuole fare giurisprudenza o lettere moderne, ma vuole anche viaggiare, conoscere gente, divertirsi. Lo sta già facendo! E io e mia moglie la assecondiamo, la consigliamo, io dico la mia cercando di non prevaricare la sua, dico no quando sento che vuole rompere per rompere o prende un abbaglio, dico sì abbastanza spesso.

Litighiamo? Eccome! So che io ho il coltello dalla parte della manico se voglio, ma faccio di tutto per non usarlo, santa pazienza, e quando scatta lo scontro la vinco io (inevitabile), poi però provo a riavvicinarmi e chiedo scusa e aspetto le sue scuse se lei non me le ha fatte (cerco di non chiederle). Perché? Perché penso che la riconciliazione per essere piena, deve essere reciproca e frutto di una presa di coscienza individuale. E l'amore guida la riconciliazione, viene sempre prima di tutto, è meraviglioso quando si mischia alla verità (me ne accorgo vivendolo, l'orgoglio insano – c'è anche quello sano eh - si annida in tutti ed è una brutta bestia, state attenti!).


Il maschietto invece, ed è naturale a 13 anni, ha bisogno ancora di essere indirizzato. Anche per lui chiedo il meglio, ovvio, ma io e mia moglie siamo ancora nella fase: lo mandiamo di qua, lo mandiamo di là, gli facciamo fare questo, gli facciamo fare quello. Lui fa la terza media al Machiavelli in Oltrarno. Studia sì, va bene a scuola, ma legge poco e allora io gli impongo di leggere racconti che gli possono piacere (Pinocchio!). La lettura è il cibo della mente. Vuole e sta tanto coi suoi amici. Buon segno.

Lo lasciamo andare a mangiare fuori. Gira con la bici: buona abitudine e lo assecondo. Fosse per lui starebbe attaccato fisso a play station e cellulare. Lo fanno tutti i ragazzetti oggi, sennò sei fuori dal gruppo. Questo mi piace meno. Anche lui è uno scout. Bene. Ma la sua personalità ancora è indefinita. Deve emergere. Si farà. Lo seguiamo.


In tutto questo cosa c'entra san Giuseppe? Detta così, niente. Io non sono certo un santo. Tanto meno un babbo santo. E un paragone di me con san Giuseppe stona se non altro perché lui non è mica stato un babbo normale, diciamo così. Suo figlio, Gesù, in realtà non era figlio suo. Si sa. Gesù era frutto dello Spirito Santo nel grembo di Maria. E Giuseppe quando viene a sapere che Maria è incinta di un altro, vorrebbe lasciarla. Naturale. Poi cambia idea perché gli spiega tutto un angelo. Tutto questo almeno da quanto dice Matteo, gli altri evangelisti non mi pare ne parlino.

Beh. Però è tutt'altra storia questa di san Giuseppe. Ha a che fare con l'irruzione del Figlio di Dio tra gli uomini. Gesù Cristo nostro Signore! L'Amore di Dio che si fa carne e di cui ora ricordiamo la nascita! Io invece sono un essere umano normale. I miei figli mi sono arrivati. Li abbiamo “fatti” io e mia moglie. Ci siamo amati. Continuiamo ad amarci.


Sono un dono di Dio i figli, certo, ma quando ti nascono e li devi accudire in tutto e senza nonni che ti aiutino, ti accorgi che siamo noi babbo e mamma un dio per loro. Ti accorgi che hanno bisogno di tutto e noi siamo lì per loro. E – vi assicuro - è una responsabilità gigantesca che ho imparato piano piano e continuo ad imparare sempre meglio? Lo spero. Come saranno i miei figli da grandi, quello sarà il risultato di come mi sarò comportato io babbo e Iria mamma ora che li tiriamo su. E invoco sempre l'aiuto del Buon Dio. Insomma. Non si diventa babbi con uno schiocco di dita. No.

Ora ho 46 anni. Mia moglie 47. I capelli bianchi si confondono con quelli di quando eravamo giovani. Siamo adulti che dicono maturi. Vediamo davanti il mezzo secolo di vita. A me fa impressione. Ma insisto: si impara a fare il babbo, non si smette mai di esserlo finché si campa, ma non si smette mai nemmeno di imparare a farlo. Perché io cambio nel corso della vita e i miei figli pure. E' un percorso. E' la vita. E' la famiglia. Io, mia moglie, i nostri due figli. E quando avranno loro una loro famiglia, i miei nipoti se arriveranno! Sento già la felicità crescere in me!


Questo è un dono di Dio. E' una grazia! E vi assicuro che è bellissimo viverla finché Dio ci darà vita. La Sua.


Samuele di Taizé a Firenze, babbo di Gaia ed Elia

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