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fr. Mario: "Il tuo volto io cerco" - testimonianza di una conversione

"A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età". Così cantava Guccini, cantautore che ascoltavo appunto a vent’anni, in una delle sue canzoni. Non so se è vero sempre, se sia una legge universale. Credo di no! Per me, però, sotto un certo aspetto è stato vero, soprattutto considerando che ascoltavo con passione la sua “Locomotiva”.

Eppure a vent’anni non avevo solo balle in testa. Avevo anche già il dubbio che quelle erano balle. Forse il Signore ha messo nel mio cuore e nella mia mente quella sana inquietudine che, seppur all’epoca inconsciamente, mi faceva ripetere dal profondo dell’anima: "il tuo volto cerco, non nascondermi il tuo volto" (Sal 26,8-9).


Fu così che i miei pregiudizi furono tutti passati al vaglio della critica: chi di critica ferisce, di critica perisce. "Ritorna prepotentemente un desiderio morale", così invece cantava Battiato. E con il desiderio morale urgente divenne la ricerca del fondamento metafisico: di Dio, Creatore e Signore…e l’aprirmi alla Rivelazione: al Redentore e Rivelatore dell’amore di Dio e al Suo Corpo Mistico.


Fu così poi che leggendo la prima via di San Tommaso d’Aquino, durante un crepuscolo d’aprile, davvero sentii un vivo senso di liberazione e di vita: "La verità vi farà liberi" (Gv 8,32) e "alla tua luce vediamo la luce" (Sal 36,10). In quel momento iniziavo davvero a riscoprire la bellezza stessa del mondo, degli altri, di me stesso, ma soprattutto di Dio e della fede cattolica: "I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento" (Sal 18, 1-2), perché mentre coglievo la bellezza della realtà mia e di quella circostante, la stessa finitezza mi conduceva a concludere che veramente "in principio era il Verbo …e il Verbo era Dio" (Gv, 1,1).


E così rispondevo alla stessa domanda che si era posto Ungaretti: "Chiuso fra cose mortali/anche il cielo stellato finirà./ Perché bramo Dio?" (Dannazione in Allegria di naufragi). E capivo quanto avesse ragione Dante a concludere la sua “Commedia” con la lode del pur sempre ineffabile "Amor che move ‘l sole e l’altre stelle" (Par. XXXIII, v. 145).


fr. Mario Padovano, O.P.

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