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La Preghiera secondo S. Tommaso d’Aquino

La questione della preghiera è stata una delle più importanti per S. Tommaso d’Aquino, a tal punto che è stato chiamato “teologo della preghiera”[1]. La domanda è stata affrontata da lui diverse volte nel corso della sua carriera, e nella sua opera più conosciuta e matura, la Summa Theologiae (II-II q. 83), la questione sulla preghiera è la più lunga fra tutte per numero di articoli.

S. Giovanni Damasceno, nel suo trattato De Fide Orthodoxa, ci ha dato due definizioni della preghiera: “Elevazione della mente a Dio”, oppure “petizione a Dio di cose oneste” (c. 24). Queste due definizioni sono state accolte dalla tradizione cristiana — S. Tommaso d’Aquino incluso —, e distinte fra una definizione generica (elevazione della mente a Dio) e una definizione propria (petizione a Dio)[2].

La prima cosa da notare del trattato di S. Tommaso sulla preghiera è la sua adozione della definizione propria della preghiera: la preghiera è la petizione a Dio di cose oneste. La preghiera per antonomasia per S. Tommaso non è una cosa complicata, ma sommamente semplice: è la preghiera di una madre che accende una candela davanti ad un crocifisso per la salute dei suoi figli; è la preghiera di un eremita nella sua solitudine per la salvezza del mondo; è la preghiera di un drogato che chiede di poter uscire dal ciclo vizioso in cui si è intrappolato: è la preghiera di tutti. Disse p. Garrigou-Lagrange: «Il più miserabile, dal fondo dell’abisso in cui è caduto, può alzare un grido verso la misericordia, e questo grido è la preghiera»[3].

A cosa serve la preghiera? Ha veramente un effetto? Dobbiamo evitare due estremi: dire che la preghiera non ha nessun effetto, oppure dire che la nostra preghiera può cambiare le disposizioni eterne di Dio in qualche modo. Contro il primo estremo, ricordiamo i numerosi passi della Sacra Scrittura che ci chiedono di pregare, e ci parlano dell’efficacia della preghiera: pensiamo, per esempio, al capitolo 18 del Vangelo secondo Luca, in cui il nostro Signore da il suo insegnamento sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi mai. Contro il secondo errore, ricordiamoci che Dio è immutabile: «Io sono il Signore, non cambio» (Mal 3,6).

Come spiegare, quindi, l’efficacia della preghiera? Ce lo dice S. Tommaso nella Summa Theologiae (II-II q. 83, a. 2). Bisogna tenere conto che Dio governa tutta la creazione: non c’è una singola creatura — dalla molecola più piccola alle stelle più immense, dalla crescita delle piante ai grandi affari degli uomini — che sfugge alla sua cura provvidenziale. Però, nella sua cura dell’universo intero, Dio ha scelto di associare a se altre creature: queste creature partecipano al governo dell’universo come cause seconde, mentre Dio rimane Causa Prima e Suprema. Notiamo che essere causa seconda non significa che la causalità della creatura sia in qualche modo falsa: no, è una vera causalità, una reale partecipazione. Così, anche l’uomo partecipa liberamente, secondo le disposizioni eterne di Dio, alla cura dell’universo. L'atteggiamento di Dio qui può essere paragonato a quello di un padre, che comincia un progetto di bricolage a casa. Probabilmente il padre non avrà bisogno dell’aiuto del suo piccolo figlio: ma per puro amore, decide di far partecipare il figlio al progetto.




In questa prospettiva, c’entra anche la preghiera. Dio, nella sua somma sapienza, ha deciso fin dall’eternità che le preghiere degli uomini saranno indispensabili per l’ordine dell’universo, e per ottenere certi effetti. La nostra preghiera, quindi, non ha lo scopo di cambiare le disposizioni divine, ma di impetrare quanto Dio ha disposto di compiere mediante la preghiera (S. Th. II-II, q. 83, a. 2). Pertanto, secondo la disposizione di Dio, la preghiera ha una vera causalità efficacia e indispensabile, in tal modo che è vano pensare a ricevere alcuni benefici da Dio senza chiederli a Lui nella preghiera[4].

Perché Dio ha voluto che dobbiamo pregare per ottenere certi benefici? Anzitutto, in senso generale, Dio, nella sua somma Bontà, ha voluto associare a se l’uomo nel suo governo dell’universo, e così conferire a lui la dignità di causa (S. Th. I, q. 22, a. 3). Poi, l’atto stesso di pregare porta numerosi benefici all'uomo. Per esempio, pregando per certi bisogni, ricordiamo esplicitamente che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Questo atteggiamento, non solo ci insegna l’umiltà (S. Th. II-II, q. 83, a. 2, ad 1)[5], ma la preghiera stessa diventa una forma di culto a Dio: nella preghiera, Dio è glorificato ed è riconosciuto come fonte di bontà, onnipotente e misericordioso (cfr. S. Th. II-II, q. 83, a. 3). Essendo un atto di riverenza a Dio, essa ci fa tornare anche alla definizione generica della preghiera, in quanto elevazione: «La preghiera è l’elevazione a Dio, come a un superiore, come al supremo superiore, al di sopra del quale non c'è nulla; è l’atteggiamento di venerazione e riverenza, che non può già prescindere dall'umiltà»[6].

Al centro della riflessione sulla preghiera, Tommaso inserisce la preghiera del Padre Nostro[7]. Questa preghiera, semplice e conosciuto da qualsiasi buon cristiano, è il modello di tutte le preghiere in primo luogo perché è la preghiera che Gesù Cristo, Dio-Uomo, ci ha insegnato.

La sua eccellenza si trova, inoltre, nel fatto che «non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell'ordine in cui devono essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma tutti i nostri affetti.» (S Th. q. 83, a. 9).

Iniziando con le parole Padre nostro che sei nei cieli, ci ricordiamo della sua cura per noi e la sua onnipotenza: quindi, vengono suscitati in noi sentimenti di fiducia e di speranza.

Poi, il Padre Nostro ci insegna tutto ciò che possiamo onestamente desiderare nella vita[8]:

1) Desideriamo Dio stesso, fonte di ogni bontà, verità, e felicità:

a) Che Lui sia glorificato in tutto: Sia santificato il tuo nome

b) Che anche noi possiamo godere della sua gloria: Venga il tuo regno.

2) Ci sono poi i mezzi per raggiungere Dio, il nostro fine ultimo. Possono essere mezzi diretti:

a) Il merito che con l’obbedienza a Dio ci fa guadagnare la beatitudine: Sia fatta la volontà

b) Ciò che ci aiuta a meritare: anzitutto l’Eucaristia e i sacramenti, e anche tutto ciò che è necessario per la vita quotidiana: Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

3) Oppure mezzi indiretti, che tolgano quegli ostacoli che ci impediscono di raggiungere il nostro fine ultimo.

a) La rimozione del peccato, che ci esclude direttamente dal Regno di Dio: Rimetti a noi i nostri debiti.

b) La tentazione, che ci trattiene dal compiere la volontà divina: Non abbandonarci alla tentazione

c) Le diverse difficoltà della vita, che ci sottraggono il necessario per vivere: Liberaci dal male.


Forse la sfida più comune nella preghiera è quella dell’attenzione e le numerose distrazioni che ci assalgono nel momento in cui iniziamo a pregare. È un’esperienza comune, derivante più che altro dalla debolezza della nostra natura: «La mente umana per l’infermità della natura non può stare a lungo sulle altezze: poiché l’anima è attratta verso il basso dal peso dell’umana fragilità. Ecco perché avviene che quando la mente di chi prega sale verso Dio con la contemplazione, subito ne sia distratta da qualche mancamento» (S. Th. II-II q. 83, a. 13, ad 2).

Per fortuna, le distrazioni, se sono involontarie, non tolgono il frutto della preghiera (ibid. ad 3). Ciò che è importante è avere l’intenzione di pregare, di voler pregare: incluso, però, in questa volontà di pregare è l’impegno di evitare le distrazioni in quanto possibile[9].

Sulla scia dell’insegnamento di S. Tommaso, possiamo distinguere fra un’attenzione attuale (avere piena consapevolezza di ciò che stiamo facendo quando preghiamo)e un’attenzione virtuale (l’intenzione iniziale di pregare, e che si estende finché uno non decide volontariamente di fare qualcos’altro). Che la preghiera sia meritevole e impetra ciò che chiede, è necessaria soltanto un’attenzione virtuale, mentre l’attenzione attuale è necessaria per sperimentare la consolazione spirituale della preghiera (ibid. corpus)[10].

In questo breve articolo, evidentemente, non abbiamo potuto scoprire tutta la profondità dell’insegnamento di S. Tommaso d’Aquino sulla preghiera. Come dicevo, è un tema centrale della sua dottrina, e le sue riflessioni su di esso sono molte. Però, alla radice di tutto sta la sua intuizione iniziale: la preghiera è anzitutto una richiesta, e quindi una cosa semplice, una cosa per tutti. Allora, ciò che importa non è tanto riflettere sulla preghiera o conoscere tante cose sulla preghiera, ma di farla. La preghiera è nota come uno dei tre pilastri del periodo quaresimale: ma, veramente, è uno dei pilastri essenziali di tutta la vita cristiana. Se la preghiera non è ancora una parte integrale della tua vita, forse ora è il momento di iniziare: data la sua semplicità, cosa può impedirti? Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Fil 4,6).


Fr Jean Gabriel Pophillat OP




[1] P. Murray, Praying with Confidence: Aquinas on the Lord’s Prayer, New York, Continuum, 2010. p. 4 [2] J. F. Fenton, The Theology of Prayer, Milwaukee, Bruce Publishing Company, 1939. p. 2-3. [3] R. Garrigou-Lagrange, Le Tre Età della Vita Spirituale, Roma, Edizioni Viverein, 2016. p. 199. [4] M. Labourdette, La Religion, Saint-Marie-la-Mer, Parole et Silence, 2018. p. 67. [5] Per un elenco dei numerosi benefici da trarre dall’atto di pregare, si potrebbe consultare il commento di S. Tommaso al Vangelo di Matteo 6,7, in cui lui ne elenca 7. [6] Labourdette, p. 67. [7] L’intuizione che il Padre Nostro deve essere un fulcro importante di qualsiasi riflessione sulla preghiera è — giustamente — comune a tutta la tradizione cristiana: si pensa, per esempio, come S. Teresa d’Avila ha dedicato ben 16 capitoli della sua opera Cammino di Perfezione. [8] Questo studio è molto abbreviato per motivi pratici: per uno studio più approfondito sul Padre Nostro, si può consultare S. Th. II-II q. 83, a. 9; Commento al Padre Nostro; Commento al Vangelo di Matteo 6, 9-13; Compendium Theologiae Lib II, cc. 5-9. [9] Fenton, p. 196. [10] Il principio dell’attenzione o l’intenzione virtual vale per tutti gli atti meritori che il cristiano può compiere. Si nota inoltre, che la consolazione spirituale non è necessariamente sperimentata se uno ha l’attenzione attuale durante la preghiera: l’attenzione attuale però è una condizione per sperimentarla. cfr. Fenton, pp. 191-197; J. Aumann, Teologia Spirituale, Roma, Ed. Dehoniane, 1980. pp.372-373.

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