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  • Immagine del redattoreDomini Canes

Eucarestia, riconoscenza e gratitudine.

Premessa

Avendo concluso in questi giorni la lettura di un agile ed allo stesso tempo suggestivo libretto di un mio confratello[1], ho creduto opportuno aggiornare, integrandola, la riflessione che scrissi un paio d’anni fa sull’importanza di riscoprire l’originale e vero significato di alcuni termini che usiamo spesso, ma non sempre in modo appropriato[2]. Ovviamente l’intento non è la mera curiosità filologica dell’erudito o di chi vuol farsi credere tale, ma semplicemente una proposta per ripensare (monito a tutti, per primo al sottoscritto, a ‘prima pensare e poi parlare’ …), e questo al fine di recuperare il significato e il senso vero dei termini che usiamo quotidianamente. Con il solo desiderio e la sola attenzione, forse preoccupazione, per un sano realismo che evita ogni tentazione di voler piegare alle proprie paturnie la verità e la dignità delle persone e del creato.

Riconoscenza – Gratitudine (Eucaristia)



I primi termini sui quali vorrei ‘calamitare’ l’attenzione di chi legge sono quelli di riconoscenza e gratitudine i quali, di solito ed in genere, sono usati come sinonimi. Infatti, se guardiamo all’etimologia ed alle spiegazioni date da qualunque dizionario, emerge abbastanza chiaramente che la riconoscenza (der. di riconoscente), si può intendere in senso positivo o negativo, ossia il sentimento o il fatto di essere riconoscente verso qualcuno che ci ha fatto del bene ovvero di riconoscere la propria responsabilità o colpa[3]. Per quanto riguarda la gratitudine (dal lat. tardo gratitudodĭnis, der. di gratus ‘grato, riconoscente’) leggiamo che è: “Sentimento e disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare (è sinon. di riconoscenza, ma può indicare un sentimento più intimo e cordiale) …”[4].

Sembra, invece, che riflettendo meglio è possibile cogliere la differenza profonda di significato che dovrebbe essere riconosciuta a questi due termini. Il mio confratello la fa emergere in tutta la cristallina trasparenza parlando della volontà salvifica di Dio che Gesù Cristo ci ha rivelato e che si realizza nella storia della salvezza solamente ed esclusivamente per la gratuità, nell’infinita misericordia di Dio. Giustamente egli nota che: “… nulla contrista Dio più del rifiuto della grazia: per lui, che vuole che tutti gli uomini siano salvi, è il peggior fallimento che si possa immaginare. Quando la accogliamo, la grazia non rimane senza effetto nella nostra vita. Quando entra in noi, diviene gratitudine. Quest’ultima non è la riconoscenza, giacché la riconoscenza non annulla il debito ma, al contrario, lo perpetua. La gratitudine è un’altra cosa. È la gioia di ricevere un dono. È sorprendente come noi ci troviamo così a disagio, imbarazzati, davanti ai regali che riceviamo. Comprare è semplice: controlliamo la situazione, sappiamo quello che ci è dovuto. Meritare è così semplice! Ma crescendo abbiamo perduto la semplice gioia di ricevere senza ragione, per niente, gratuitamente E diffidiamo. Un regalo deve nascondere qualcos’altro” (pp. 62-63). E quindi siamo portati a chiederci che cosa l’altro vorrà da noi, se non addirittura domandarci cinicamente: ‘dov’è la fregatura?’. Non è così?

Invece dovremmo prendere coscienza che: “Accettando il dono di Dio, non ci impegniamo a null’altro che a rallegrarcene. A lasciare che questa gioia prenda un poco per volta tutto lo spazio, ci liberi dal nostro groviglio di debiti e di crediti, di diritti e di doveri, che regola il nostro universo mentale. A lasciare che la nostra vita diventi un gioioso, squillante, ‘grazie’. Non un ‘grazie’ di cortesia […]. Un grazie di gratitudine, davanti alla vita, al mondo, alla salvezza. Davanti alla grazia” (p. 63). Quindi, a ben vedere, bisogna distinguere tra riconoscenza per qualcosa che si riceve e per cui ci si sente in debito e gratitudine per un dono, nel senso proprio del termine: qualcosa che non ci era dovuto e che non ci è possibile restituire pienamente come nel caso dell’amore che Dio ha nei nostri confronti (cf 1 Gv 4, 19).

La celebrazione eucaristica è una delle tante grazie di Dio che ci aiuta a fare questa esperienza. Domenica prossima celebreremo la solennità del santissimo Corpo e Sangue di Cristo frutto dell’istituzione dell’Eucaristia il Giovedì Santo, in quella stessa ultima Cena dove Giuda decise di consegnare il Cristo alle autorità religiose in quanto vedeva in lui un sovvertitore delle attese e delle speranze fin allora nutrite riguardo il Messia dal popolo eletto. Il dono della vita del Figlio di Dio per la salvezza dell’umanità nel momento stesso in cui è tradito, rinnegato, maledetto, abbandonato da coloro che gli erano stati più vicini (per noi incomprensibile e inaccettabile paradosso), non può non far riflettere anche sulla propria fede e sul proprio comportamento. Del resto “’Grazie’ è il senso della parola eucaristia, il nome scientifico della messa. Non si dovrebbe dire ‘vado a messa’, ma: ‘Vado al grazie’. Indicherebbe meglio, mi sembra, che andarci non è un obbligo triste che ci infliggiamo al fine di fare piacere al buon Dio, ma è il luogo per eccellenza in cui cresce in noi la gratitudine, la gioia di avere ricevuto tutto” (p. 63), con l’unica certezza che non potremo mai essere degni di questo dono o pensare di ripagarlo e che non facciamo un favore a Dio andando alla santa Messa, come non facciamo un favore a nessuno quando ogni giorno nutriamo il nostro corpo.




Riscoprire questa gratuità da parte di Dio permetterà all’uomo di prendere coscienza che egli si realizzerà pienamente solo ed esclusivamente nella misura in cui accoglierà la grazia divina che non fa di lui un ‘alienato’, come hanno proclamato Feuerbach e Marx, oppure un ‘castrato’ per mano di un dio-padrone che gli nega la felicità, come sosteneva Freud, e neppure uno che per credersi superuomo deve condannare a morte Dio, come ha scritto Nietzsche. Paradossalmente siamo chiamati a scoprire, ancora una volta, che la nostra ‘forza’ nei confronti di Dio è nascosta proprio nelle nostre fragilità, nelle nostre debolezze (cf 2 Cor 12, 10) che ci danno una sola certezza: non potremo mai ripagare quanto Dio ci ha dato con il dono della vita (cf parabola del re che fa i conti con i suoi due servi dei quali uno gli doveva 10.000 talenti e l’altro solo 100 denari[5]). Una vita che sappiamo bene non è una vacanza, ma è fatta anche di dolore, sofferenze e morte, ma rimane, nonostante tutti e tutto, una vita per l’eternità e quindi dono impagabile, anche se non ce ne rendiamo conto e manchiamo alla sua dignità!

Però sorge allora spontanea la difficoltà di che cosa possiamo fare visto che mai saremo in grado di rispondere adeguatamente all’amore infinito di Dio. Forse un episodio della vita di santa Teresa di Lisieux può aiutarci. Ad una novizia che depressa sfogava la sua delusione non vedendo risultati, anzi constatando tante amare sconfitte in quanto faceva per progredire nella via della santità, Teresina rispose con un istruttivo paragone. Il nostro rapporto con Dio è come quello di un neonato di pochi mesi che si trova in fondo ad un ripido scalone e vede la mamma in cima. Accorgendosi della sua presenza tenta di raggiungerla, ma con il suo piedino non riesce a salire neanche il primo gradino. L’affetto per la mamma lo fa tentare senza fermarsi, ma ovviamente non riesce. Dopo tanti tentativi si trova improvvisamente in cima alla scala in braccio alla mamma che intenerita dai reiterati tentativi del figlio l’aveva preso e portato con sé in cima alle scale[6].

Santa Teresina, quindi, ci ricorda la semplice verità, che dovrebbe essere patrimonio acquisito del buon senso di ogni vero credente, che tutto è grazia! Purtroppo questo buon senso, come ricorda la saggezza popolare, oggi sembra essere ucciso da quella figlia che è la ‘scienza’ (più propriamente lo scientismo frutto di un razionalismo autoreferenziale). Georges Bernanos nel suo romanzo Diario di un curato di campagna, ha contribuito a diffondere questa verità aggiungendovi saggiamente che la vera grazia consiste proprio nel dimenticarsi. Infatti, è proprio questo il punto di partenza per iniziare a vivere pienamente il dono dell’esistenza[7]: scoprire che tutto ciò che siamo e tutto quello che abbiamo è un dono che non potremo ma ripagare o restituire in modo adeguato, ma proprio per questo l’unica cosa che Dio, come ogni vero genitore si aspetta, è che non sprechiamo quanto ricevuto e l’unico modo è di donarlo con amore. Entrare in questa prospettiva significa porsi nello spirito della celebrazione eucaristica ed iniziare così a viverla veramente insieme con la nostra vita: gratuitamente.


fr. Bruno Esposito OP.





( Riflessione tenuta presso la Basilica Santuario di Santa Maria del Sasso, Bibbiena (Arezzo), 4 giugno 2021 Memoria di san Pietro da Verona, O. P. – Martire della Fede)


[1] Cf A. Candiard, Sulla soglia della coscienza. La libertà del cristiano secondo Paolo, Verona 2020, 69 pp. Nella presente riflessione le indicazioni delle pagine si riferiscono a questo testo.

[5] “Un talento era uguale a 60 mine, e una mina era uguale a 100 dracme. Una dracma era lo stipendio di un operaio per una giornata di lavoro. In altre parole: un talento era uguale a 6.000 giorni di lavoro. Se si conta una settima lavorativa di 6 giorni, e tenendo conto di 2 settimane all’anno di ferie, in un anno ci sono 300 giorni lavorativi. Allora, UN talento era uguale a 6.000: 300 = 20, cioè UN talento equivaleva a 20 anni di lavoro. Un talento era lo stipendio di un operaio normale per 20 anni. Quindi, anche solo UN Talento era una cifra enorme, che una persona normale non sarebbe mai riuscita a pagare. Ma il debito di questo servo non era solamente di un talento. Questo servo aveva un debito di 10.000 talenti! Era assolutamente impossibile che lui sarebbe riuscito a pagare il suo debito” (https://www.aiutobiblico.org/sermoni/40-matteo/40html/40-18-f.htm, consultato il 4-VI-2021).

[6] Cf Histoire d’une Ame, Lisieux 1953, p. 205.

[7] Come ci ricorda san Tommaso Moro nella sua preghiera per il buon umore: “Dammi un’anima […] e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama ‘io’”.


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